TONI AMENGUAL, ICONA

REAL ACADEMIA DE ESPAÑA EN ROMA
PROCESSI 148│MOSTRA FINALE DEGLI ARTISTI RESIDENTI, STAGIONE 2020/2021

Dal 7 ottobre 2021 al 15 gennaio 2022

 

PROGETTO


ICONA

Fino all’anno 2020 il tempo si divideva con due sigle in due grandi blocchi a.C. e d.C. A partire dal 2020 noi abitanti del ventunesimo secolo abbiamo diviso il tempo in Prima del Coronavirus e Dopo il Coronavirus. La crisi del Covid19 si è abbattuta come un meteorite sull’industria del turismo di massa in tutto il mondo e in particolar modo in un luogo come Roma. Una delle città più visitate del mondo grazie al suo immenso patrimonio artistico.

Per tutte queste ragioni la città di Roma risulta essere lo scenario perfetto per realizzare un saggio fotografico che esplori il rapporto tra turismo e immagine, patrimonio artistico e creazione contemporanea massiva di fotografie prima e dopo il Covid19. ICONA è un progetto che riflette sul modo in cui le immagini ci attraversano e ci costituiscono. Siamo fatti di immagini, immagini su pietra e immagini su schermi.

 

OPERE


ICONA è un progetto che si materializza in un libro fotografico di 66 fotografie con lo stesso titolo e in una proposta espositiva che si adatta allo spazio in cui viene presentato esponendo parte delle fotografie che compongono il libro. Le immagini sono stampate su tela e appese, e vanno a occupare lo spazio generando un percorso a mo’ di scenografia.

La presentazione nel chiostro dell’Academia de España en Roma consiste in 6 sezioni di immagini presentate alternativamente lungo uno dei corridoi. La stampa su tela vuole evidenziare che le immagini che ci circondano costituiscono un palcoscenico sul quale ci muoviamo. D’altra parte, la trasparenza delle stampe suggerisce che in questo caso sia il visitatore della mostra ad attraversare le immagini, ma quando non siamo coscienti del rovescio delle immagini che ci circondano sono queste ad attraversarci e a costituirci.

Il seguente testo scritto dall’autore come prologo del libro fotografico racchiude l’idea della storia costruita dalle fotografie.

All’inizio tutto era vuoto. Il modellino di una città a grandezza naturale. Monumenti per nessuno. Musei senza visitatori. Arte senza contemplazione. Nel ventunesimo secolo la vita era turismo. Un gigantesco parco a tema con scenografie in pietra. Perché il tuo nome è pietra e su di te edificherò la norma. Pietre a forma di colonne che sorreggono. Pietre a forma di uomini vecchi e giganti con la barba lunga che scrutano dall’alto. Pietre a forma di donne con seni e fianchi grandi, vestite con tuniche che lasciano trasparire pelli terse. Pietre a forma di cherubini ai quali qualcuno ha amputato i genitali perché i cherubini non orinano né fornicano. Cherubini, donne, uomini, colonne e genitali che formano chiese. Chiese che costruiscono cattedrali. Cattedrali erette con il sudore e il capitale dell’uomo per la gloria di dio. Un dio che pretende. Nel nome del padre. Sudore di chi lavora con le mani. Capitale di chi ha comprato con oro il proprio posto nel cielo. Capitale di chi ha venduto la propria paura al denaro. Bolle e balle. La fede è il business della paura. Parabole e iperboli. L’arte è il business della fede. La paura smuove montagne e innalza croci. Le croci indicano il luogo in cui posare. Uno schermo gigante in mezzo alla piazza del paese indica verso dove guardare. Lo sguardo sullo schermo mantiene il popolo assorto. Schermi grandi come il palmo di una mano. Schermi per tenere il collo piegato. Schermi branditi da braccia alzate. Braccia alzate che impugnano bastoni che reggono schermi. Schermi che puntano, amputano e scattano con un dito. Nel ventunesimo secolo la vita è ancora concessa dal pollice alzato. Giudici e rei dello stesso gioco. Panottico su palinsesto. Il circo è in città. Non tutto sarà pane. Il popolo suda, grida e soffre davanti allo spettacolo. Il circo è sullo schermo. Il popolo è il suo stesso spettacolo. Il circo è quanto avviene sugli spalti, o in ciò che ne rimane. Rovine che contengono memoria. Memoria che come il circo si costruisce a strati. Strati disposti in torri, palchi, palazzi e saloni dei ritratti. Erba sulla sabbia. Arieti che sfondano portoni. L’euforia scatena i corpi. Corpi in decadenza. Millenni di rigidità. La pietra si spacca. Archi della sconfitta. Tra le crepe le viscere. Sui piedistalli il patrimonio. Torsi senza testa. Estremità senza dita. Teste senza corpo. Toccati dall’alto da un dito divino. Cupole come apparecchi che controllano. La visione come forma di controllo. L’occhio di un dio onnipresente. Pietre che osservano senza pupille. Schermi che registrano sulla retina. Davanti alla bocca della verità. Il futuro per qualche moneta.

 

BIOGRAFIA


 TONI AMENGUAL

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Dopo essermi laureato in biologia presso l’Universidad de Barcelona (2003) e aver portato a termine i miei studi in fotografia (IEFC 2000-2002; master in fotogiornalismo UAB 2003), ho deciso di dedicarmi allo studio della specie più complessa che abita il pianeta e alla quale appartengo: Homo sapiens sapiens. La fotografia è la disciplina perfetta per questo. Da allora lavoro come fotografo indipendente focalizzando il mio lavoro sulle interazioni umane e sul nostro rapporto come specie con il pianeta.

Il mio lavoro è stato esposto in spazi d’arte come: Fundación Forvm (Tarragona 2007), Casal Solleric (Palma 2016), MUSAC (León 2018), Kunst Haus Wien (Vienna 2019), Es Baluard (Palma 2021). E ho ricevuto riconoscimenti come: Premio Nueva Fotografía Documental (La Fábrica 2013), Premio Mallorca de Fotografía Contemporánea 2018, Premio a mejor fotolibro PhotoEspaña 2015, tra gli altri. 

Ho auto pubblicato tre libri fotografici: PAIN (2014), DEVOTOS (2015) e FLOWERS FOR FRANCO (2019) ottenendo ottimi riscontri da parte del pubblico e della critica. 

In tutti questi anni ho svolto un intenso lavoro di docenza che mi ha portato ad essere attualmente direttore dell’area di fotografia di LABASAD. 

http://www.toniamengual.com

CREDITI:

Questo lavoro è il risultato di un’intera squadra di persone.

L’ideazione del progetto e la fotografia sono opera di Toni Amengual. Design e concept della mostra e del libro fotografico del progetto sono a cura di Lucía Peluffo. I materiali della mostra sono stati coordinati da Thomas Cartron (Nos Années Sauvages). Un ringraziamento speciale a Paco Gómez (Fracaso Books) e a Marina Laudisa. Questo lavoro è dedicato a tutte le sculture e alle forme antropomorfe che vi appaiono e che in un qualche momento della storia erano fatte di carne e ossa.