Tempietto

Nel 1472 Sisto IV della Rovere consegnò il complesso al suo confessore, francescano anch’egli, Amadeo Menes da Silva, perché costruisse un nuovo monastero di francescani riformati amadeiti. Amedeo si trasferì nell’edificio esistente, trascorrendo molto tempo nello spazio in cui teoricamente era stato crocifisso San Pietro, dove già esisteva un edificio di struttura centralizzata, cadendo in frequenti estasi e scrivendo lì il suo Apocalypsis Nova. Amadeo iniziò la trasformazione dell’edificio, e dopo un primo aiuto da parte del re di Francia Luigi XI, ottenne i favori dei Re Cattolici Isabella e Ferdinando, che diventarono i principali benefattori del rinnovamento di San Pietro in Montorio. Pare che il loro coinvolgimento fosse dovuto all’intercessione di Amadeo perché potessero concepire un figlio maschio, il principe Giovanni, nato a Siviglia nel 1478. Amadeo si era formato alla corte di Giovanni II, padre della regina cattolica, e sua sorella Beatrice era stata dama di corte della madre, Isabella di Portogallo, pertanto è molto probabile che fosse nata un’amicizia. Del primo contributo siamo a conoscenza grazie alla lettera del 1480 di Ferdinando d’Aragona a padre Amadeo, in cui conferma di “mantenere la promessa” concedendo duemila fiorini d’oro di Aragona da versare in tre anni tramite le rendite del Regno di Sicilia.

 
Donato Bramante architetto

L’incaricato dell’amministrazione di questi fondi fu, dal 1488, Bernardino López di Carvajal, futuro cardinale di Santa Croce e ambasciatore de facto dei Re Cattolici presso la Curia romana, personaggio chiave per comprendere la configurazione del complesso di San Pietro in Montorio, essendo il tramite con l’architetto Donato Bramante, che aveva conosciuto a Milano nel 1496. Bramante aveva lavorato per altri committenti spagnoli in opere come la fontana della piazza di Santa Maria in Trastevere, commissionata dal cardinale della stessa chiesa Juan López, segretario di Alessandro VI, e per personalità del circolo ispanofilo come Oliviero Carafa, intimo di Carvajal e cardinale di Napoli, per il quale realizzò il chiostro di Santa Maria della Pace. Pare addirittura che abbia realizzato alcuni lavori nella Chiesa e nell’Ospedale di San Giacomo degli Spagnoli a Piazza Navona quando lo stesso Carvajal ne era l’amministratore.

 
Cronologia e rilevanza

Le date esatte dell’inizio e della fine dei lavori di Bramante sono state oggetto di ampie discussioni. La tesi comunemente più accettata è che la cripta sia stata consacrata nel 1500 da Alessandro VI insieme alla chiesa e che dopo una breve interruzione si siano ripresi i lavori nel 1502 con la costruzione della parte superiore.
Bramante, arrivato a Roma nel 1499, riassunse pienamente gli ideali dell’architettura umanistica del Rinascimento, frutto della sua formazione a Urbino e Milano, riuscendo a costruire un edificio che, pur sembrando riprodurre un modello classico con elementi e lezioni dell’antichità, costituiva uno spazio tridimensionale assolutamente nuovo rispetto alla prospettiva bidimensionale del Quattrocento, e inoltre anticipava il Manierismo con sistemi plastici che generavano luci e ombre creando uno spazio atmosferico.
Utilizzò la forma classica di tholos o tempio circolare periptero, circondato da 16 colonne, numero riconosciuto come perfetto da Vitruvio. Tradizionalmente questa tipologia, insieme all’ordine dorico, veniva dedicata agli eroi, e infatti si identificava Pietro come eroe cristiano. A questo si aggiungeva l’usanza medievale di concepire edifici a pianta centrale come martyria, fondendo la tradizione pagana e cristiana. Così si rafforzava il figura di Pietro come primo pontefice e fondamento della Chiesa romana. La cripta simbolizzava il suo martirio, così come la chiesa originaria delle catacombe, il peristilio alla chiesa contemporanea militante e la cupola alla Chiesa trionfante nella gloria dei cieli.

 
Ricezione

Bramante riuscì a plasmare in una forma architettonica l’idea assoluta di perfezione, pertanto il tempietto fu un edificio molto ammirato sin dal momento della sua costruzione, e venne accostato ai monumenti antichi nella critica e trattatistica del Rinascimento. Sebastiano Serlio, nel suo Libro terzo sull’architettura “nel qual si figurano e descrivono le antichità di Roma, e le altre che sono in Italia, e fuori d´Italia”, pubblicato a Venezia nel 1540, mise il tempietto tra i monumenti di epoca romana come il Pantheon o il Colosseo. Incluse la piantina, l’alzato, una sezione e un’incisione con la piantina del chiostro che Bramante avrebbe disegnato intorno al tempietto, e che dimostrava l’interesse dell’architetto a rafforzarne la centralità tramite un cortile circolare di un piano e sedici colonne. Il successo di questa pubblicazione, tradotta in castigliano a Toledo nel 1552, permise la diffusione del linguaggio di Bramante in tutta Europa, e consolidò questo edificio come una delle costruzioni più caratteristiche del Rinascimento italiano.
Anche Andrea Palladio incluse una piantina e un alzato del tempietto nel suo Quarto Libro di Architettura, pubblicato a Venezia nel 1570, tra i templi antichi di Roma. Si conserva nei Musei Civici di Vicenza un disegno originale di suo pugno dell’Alzato del tempietto di San Pietro in Montorio.
Dalla sua costruzione, il tempietto venne ampiamente studiato e disegnato, e incluso in opere come “La Fuga di Enea” della Galleria Borghese di Roma, dipinto di Federico Barocci nel 1598, autore del quale si conserva un disegno del tempietto negli Uffizi di Firenze.
Il pittore José de Ribera, che svolse la sua carriera a Napoli, introdusse il tempietto in due delle sue “Immacolate” per rappresentare la litania “Tempio di Dio”, una delle quali venne realizzata nel 1635 su commissione del Conte di Monterrey e Viceré di Napoli per la chiesa delle Agostiniane di Salamanca.

 
Trasformazioni e restauri

Nel 1605 vennero realizzate le prime trasformazioni, contemporaneamente ai lavori nella piazza, che consisterono nel rialzamento della cupola e il rinnovamento della facciata che includeva gli scudi di Filippo III e del suo ambasciatore a Roma Juan Fernández Pacheco, Marchese di Villena.
Nel 1628 venne realizzato un restauro nella cripta grazie al finanziamento di Filippo IV, con l’ampiamento della porta, la costruzione di una doppia rampa di scale e il rivestimento interno di marmo. Alcuni anni dopo la volta della cripta venne ricoperta da stucchi che rappresentano simboli ed episodi della vita di San Pietro come seguace di Cristo e guida della Chiesa, attribuiti allo scultore Giovan Francesco De Rossi, che lavorò con Bernini e Borromini, e alla cui cerchia si attribuiscono anche le quattro sculture degli evangelisti situate nella parte superiore.
A partire da questo momento non vennero effettuate grandi opere, a parte la manutenzione e il restauro necessari. Nel 1804-1805 Carlo Fea realizzò alcuni lavori, tra i quali ci fu la copertura della cupola in cotto con tegole a squame. Questa copertura fu quella che vide Paul-Marie Letarouilly nel suo viaggio a Roma nel 1820 e che incluse nella sua incisione del tempietto nel volume I di Édifices de Rome Moderne, pubblicato a Parigi nel 1840.
Questa copertura non risolse i problemi di umidità, pertanto Giuseppe Valadier propose il ripristino della copertura in piombo nel 1826. Durante il suo restauro operò anche nel chiostro che lo circonda, conferendogli l’aspetto attuale per mezzo di lesene e archi a tutto sesto e disegnando un pavimento a grandi lastre concentriche intorno al monumento.
Altri lavori di manutenzione e restauro sono stati portati a termine nel 1841, 1853, 1950, 1977 e 1997.